Tradizioni etnobotaniche
La documentazione sulle tradizioni etnobotaniche non è ricca, ma sufficiente per permettere la ricostruzione sommaria di questo importante tassello del patrimonio culturale degli eoliani, messo in grave crisi a seguito delle trasformazioni sociali ed economiche sopravvenute durante il XX secolo.
Un vasto numero di specie ha tuttora un utilizzo nella cucina tradizionale: la “neputa” (Calamintha nepeta), costituisce l’ingrediente base di un piatto del quale esistono numerose varianti e che generalmente include le uova e il pane raffermo; la “vurraina” (Borago officinalis) viene usata per le minestre e il suo brodo di cottura come rinfrescante e lassativo; le foglie dei “rapuddi” (Brassica fruticulosa), della “cicoria” (Cichorium intybus), dei “lazzini” (Reichardia picroides) e della “cardedda” (Sonchus sp. pl.) sono ancora ricercate per vari usi alimentari, come pure la “purciddana” (Portulaca oleracea), apprezzato ingrediente delle insalate. Di altre piante si è invece persa la memoria: le foglie della “paparina” (Papaver rhoeas) venivano consumate cotte con le fave; del “firringheddu”, o “purrazzu” (Asphodelus microcarpus) si bollivano le parti ipogee per consumarle condite con un po’ d’olio; la “pecuredda” (Lotus cytisoides) e il “cannavuci” (Lotus edulis) fornivano ottimi legumi da bollire.
Anche gli animali domestici avevano, di riflesso, un loro repertorio etnobotanico: la “cunigghiara” (Silene vulgaris ssp. angustifolia) era l’alimento principale dei conigli, mentre la “drica” (Urtica membranacea) veniva aggiunta al “pastone” delle galline per aumentare la produzione delle uova.
Le scaglie della “cipuddazza” (Charybdys maritima) venivano utilizzate per preparare un topicida e, in passato, anche per avvelenare le coturnici, oggi scomparse ma un tempo – evidentemente – fin troppo abbondanti nelle isole.
Passando dai veleni ai rimedi, esistevano tradizioni officinali delle quali restano ormai tracce sparute nella memoria delle generazioni più anziane. Il decotto di fronde di “capiddi vinniri” (Adiantus capillus-veneris) era utilizzato per regolare il ciclo, mentre i dolori mestruali venivano alleviati con le tisane di “neputa”; applicate sulle ferite, le foglie di questa Labiata venivano usate come cicatrizzante, ma a tale scopo si preferivano quelle dell’“erva ‘i tagghiu” (Kleinia mandraliscae), ibrido orticolo delle Asteracee di origine sudafricana. Il lattice di “fica” (Ficus carica) e quello dell’“usciamanu” (Euphorbia dendroides) erano ricercati per curare porri e verruche; il decotto di “erva janca” (Artemisia arborescens) si applicava alle ulcere varicose, mentre quello della corteccia di “capparu” (Capparis spinosa) era efficace come diuretico e antiartritico; a un’altro decotto, ricavato dai rizomi di “ramigna” (Cynodon dactylon), si attribuivano proprietà diuretiche e una certa efficacia per l’esplusione dei calcoli renali.
Più elaborata era la preparazione delle “punte” della “pulicara” (Dittrichia viscosa), che venivano pestate, disposte su un fazzoletto all’aperto per una notte, strizzate e il loro succo (“ogghiu ‘i pulicara”) bevuto al mattino in piccole quantità come rimedio contro l’ulcera; applicato sulle ferite e sulle emorroidi, lo stesso risultava invece efficace come cicatrizzante e disinfettante, mentre i mazzetti freschi della pianta fungevano da insettifugo; ancora, il trinciato di foglie di “pulicara” e di corteccia di vite era frequente in tempi di guerra al posto del tabacco.
Molti impieghi si ricordano anche per l’“erva ‘i vientu” (Parietaria judaica): il decotto, bevuto a digiuno, era efficace contro la stitichezza, mentre con l’aggiunta di foglie di “marva” fungeva da antireumatico; la pianta pestata e fritta nell’olio veniva applicata sulle distorsioni, mentre bollita curava i foruncoli. Un rimedio per i parassiti intestinali era rappresentato dal decotto di “aruta” (Ruta chalepensis), mentre contro i pidocchi si spalmava sulla cute un preparato ottenuto dalle "punte" bollite di “frasca”, o “sciacculi” (Spartium junceum).
Le parti giovani della “cardedda” (Sonchus oleraceus), dette “scattiatura”, si utilizzavano per preparare un blando sonnifero, da somministrare ai bambini e persino ai neonati. L’“irvina” (Verbena officinalis), aggiunta a farina d’orzo, olio di capperi e albume d’uovo, era alla base di un impiastro utilizzato per i dolori alla milza.
Dell’uso di molte altre specie si è persa ogni traccia, e questa meravigliosa farmacia a cielo aperto, formatasi di generazione in generazione nel corso dei secoli, sembra avere chiuso per sempre i battenti.
